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martedì, 20 novembre 2007

Domani sera arriverò in treno, non ci sono pericoli di code o imbottigliamenti.
Domani sera avrò l'autista nella grande città, non mi perdo.
Domani sera arrivo puntuale.
Domani sera finalmente, che si aspetta questo concerto da mesi.
Domani sera, The National.

Lit Up (Mp3)

messo qui da: cidindon a 23:44 | link | commenti (1) |
serate

martedì, 12 giugno 2007

“…il weekend finisce al lunedi’ sera...”
Saggia frase, premonitrice di un lunedì da stringere i denti, per arrivare adesso, a ricordare un weekend.
Venerdi’, il saggio di danza.
Seppur restio ad apprezzare queste esibizioni, vado, in accompagnamento gradito, teatro imballato di febbrili attese.
Vedo la circumnavigazione del mondo a ritmo di musiche e danze.
A tratti divertente (cinque/seienni che non vanno a tempo, saltellando una danza russa, sono comicissimi) a tratti profondamente noioso (sommare la danza moderna a “Nuovomondo”-scena dello sbarco a Ellis Island- è cosa noiosissima e lievemente priva di senso della misura, appurato che il teatro/danza sperimentale mostrato a mamme con il capello fresco di parrucchiere e il telefonino pronto per lo zoom sulla prole danzante, non ci sta).
Poi arrivano i ballerini di tango.
E questa è per le donne che ballano il tango. Con inchino alla grazia mostrata, in vestito nero.
(Danilo Rea 5et - Tzigane - mp3 - buy here)
Sabato, festival.
Arriviamo e partono i “Disco Drive”.
Gran tiro, pezzi in levare a nastro, a volte doppia batteria (che da queste parti si apprezza sempre) e voglia di divertire-rsi.
Il set comprende solo brani del prossimo, settembre, album. Ne riparleremo, sicuro.
Gironzoliamo un po’ e poi, Piano Magic.pmagic2
Suonano nella piazza davanti al castello, colorato di luce arancione. Sopra al torrione principale, l’orologio illuminato di giallo sembra un grande occhio provvisto di lancette. Sul palco, sfondo nero e abiti neri (foto). Luce bianca dietro all'ottimo batterista e un’oretta di show.
Secondo me sono un gran gruppo. Un po’ freddini, anche dal vivo, tranne per la splendida “Incurabile” che non emoziona solo i duri di cuore. Suono anche assai “sonico” e con perfetti inseguimenti chitarristici, che la tecnica non manca. E "The last Engineer" dal vivo è una bomba.
Pubblico non molto, ma il prossimo anno andra’ meglio, dai.
Domenica calcio (e non solo).
Caldo calcio. Caldo di passione da finale e di gradoni di cemento impregnati di umidità. Divertiti, ci godiamo il tifo, le bandiere, i cori. Imprechiamo per le troppe occasioni fallite, impazziamo per il tocco a porta vuota, gol. Si vince, si poteva stravincere.
Fila incredibile all’uscita del parcheggio, attesa innaffiata da birre.
A casa. Ci fermiamo che siamo stanchini?
Masse’. Si cambia macchina, maglietta, mood, ma ripartiamo, Bulagna, tendone.
Arriviamo presto, o sono in ritardo loro, dipende.
Arriva pure l’imprevisto.
Siamo fuori dal locale a prendere un po’ d'aria umidiccia, nell'ennesima lunga attesa “pre”.
Chiacchiere varie e sguardo vagante sui passanti. Mi alzo, seguendo il consiglio del pard, conscio della fatica che stiamo esprimendo  "…sto in piedi, altrimenti, non mi alzo più…".
Faccio tre passi verso gli amici e: "Ehi ragazzi, mi sa che non sto tanto bene….".
E poi FLOP!  svengo.
Mi diranno che ho chiuso gli occhi per cinque secondi. A me è sembrata un'ora. Riapro gli occhi che sono per terra, gambe incrociate, mente vuota. Dico "Perchè sono seduto?" e realizzo che il mio corpo, inaspettatamente,  è andato via. Una sorta di sciopero non autorizzato contro stanchezza, poco cibo, poca acqua, troppo fumare e troppa umidità. I miei amici si trasformano in prodighi assistenti, mi fanno sdraiare, mi portano zucchero e acqua. Dopo dieci minuti recupero lucidità, modalità linguaggio “on”, bonjourbonjour.
Tanto che riparto, lento, ma alla fine entriamo tutti e assisto al concerto di Nas, seppur seduto, causa debolezza da record, su una sediola recuperata in fondo alla sala/tenda.
Nas tiene il palco e un'ora di hiphop praticamente da solo, colpa di un dj valido a mettere l ebasi e poco altro. Il rapper NYese ha però troppe hit e troppa presenza scenica e vocale per fallire. Pubblico caloroso e danzereccio. Divertente, anche se l'hip hop "scricchiola" di tutto già visto e zero novità.
Mentre sonnecchio in macchina verso casa, penso che forse una stanchezza così non l'avevo mai provata. Ma spesso, esagero.

(omaggi, scritti, ai gentiluomini presenti sulla panchina, in piedi, sui gradoni, alla baracchina, sul muretto, in platea, in macchina. Anche per avermi sorretto mentre….FLOP…)

messo qui da: cidindon a 00:50 | link | commenti (5) |
serate, concerti

lunedì, 28 maggio 2007

E'venerdi' sera e arriviamo nel nostro palco regale. Siamo stretti su poltrone costruite per principi lillipuziani amanti del velluto pesante. Stiamo bene però e siamo curiosi.
Ascolteremo classici degli anni ’60 arrangiati e intrerpretati da band+orchestra+coro+voce trainante.
All’ingresso sembra di essere al solito concerto rock, fra gioventu’ con tatuaggi in mostra, molti abiti femminili con grinta, moltissima umidità.
(*)
Di lì a poco saremo tutti seduti e composti, catturati da un’esperienza musicale e non solo, bellissima.
Il cantante ha un vestito bianco. Calze bianche, ma ci sta, scarpa a punta di vernice nera, pochette e cravatta nere. Capello impomatato. Crooner italiano, sguardo di sfida, portamento di classe, ugola d’oro.
Mike Patton (do you remember this?)  canta il primo brano della serata.
E’ “Il cielo in una stanza”. E dopo dieci secondi di sbandamento per un brano cosi’ cantato da uno cosi’ in un posto così siamo catturati e sorridenti.
Un sorriso quasi beota mentre dondolo la testa e vorrei sapere i testi di queste canzoni italiote di un epoca che non c’è più ma che si comincia a rimpiangere sempre di più. Di quando si cantava di amori, passioni, sogni e tutto era più facile.
Patton ha semplicemente una voce eccezionale. Cambia tono e registro mentre reinterpreta Buscaglione, Tenco, Modugno e gli altri. I brani sono riconoscibli ma riarrangiati con l’appoggio di una band di ottimi musicisti e l’orchestra più coro. Quarantacinque persone sul palco, ventidue canzoni (sotto, la scaletta in una, ammetto, pessima riproduzione) e un ora e mezza, poco più, di incantamento.
E ogni volta che l’orchestra entra con i violini a riempire tutto, vedo il palco con tutti i musicanti e lo splendido cantante, vibrarsi in volo per poi raggiungere, col favore delle notti, nel tour più lungo della storia, tutte le piazze italiane.
E se la Rai fosse una cosa seria, doveva registrare questa serata e trasmetterla, magari non all’una di notte. Avrebbe avuto ascolto. Chissà quante persone avrebbero provato un moto di nostalgia a sentire queste canzoni. Chissà quanti giovani avrebbero detto, come sentito all’uscita, “che bello”, magari riscoprendo certi suoni.
Per ricordare, per non dimenticare, per ascoltare un concerto meraviglioso.
(e io avevo pure dei dubbi….)

Ps.: naturalmente si spera che fra quei venti tecnici in giro, ci fosse anche quello addetto alla registrazione della serata. Sarebbe bello ri-sentire. 

(*): questo blog vuole esprimere un forte sostegno verso l'aumento sempre crecente degli abiti estivi indossati dalle donne. Abiti, non jeanseria, grazie. 


mondo cane-setlist

messo qui da: cidindon a 23:34 | link | commenti (1) |
musica, serate

martedì, 22 maggio 2007

Luis Bacalov Vs. Danilo Rea

I 2 pianoforti sono al centro del palco, uno contro l’altro, con le linee curve delle casse tanto vicine che sembrano formare, viste dall’alto, una bocca dischiusa nel momento di un bacio.
4 mani, 20 dita, 176 tasti in b/n.
E due pianoforti che si baciano.
Da una parte il mio pianista italiano preferito (*) indossa una camicia nera sportiva con maniche lunge slacciate. La porta fuori dai pantaloni, neri pure loro come le scarpe, nere e lucide.
Dall’altra parte l’academy winner argentino con camicia grigia appena estratta dalla scatola con le pieghe ben in evidenza. Polsini allacciati, camicia dentro i pantaloni, cintura nera, pantaloni e scarpe marroni.
L’abbigliamento dei pianisti, credo, rispecchia il loro modo di suonare. Ma questo meriterebbe un post a parte.
Suonano da soli e insieme. Quando suona uno l’altro, quasi sempre, rimane seduto ad ascoltare.
Rea propone le sue improvvisazioni tra linee di jazz melodico e arie classiche.  
Bacalov suona tanghi, rivelandosi supremo interprete del genere, con un evidente amore per le composizioni di Piazzolla.
In mezzo suonano insieme. Prevalentemente standard jazz a quattro mani.
Quando suona il compositore argentino sembra che da un momento all’altro debbano uscire dalla cassa del piano due coppie di ballerini di tango vestiti di rosso e nero, che seguono le note di passione musicale con travolgenti volteggi.
Quando suona Rea, sembra che da un momento all’altro possano spuntare alle sue spalle, come un paio d’ali, un morbido contrabbassista e un batterista inventivo.
A quattro mani, mentre gli strumenti si baciano, sono spettacolari, come se suonassero insieme da sempre, in un incontro di sensibilità e professionalità superiori.
Una fusione di personalità e stile in un continuo rimbalzarsi le parti ritmiche e melodiche dei brani che eseguono.
Il giovane con le mani vicine al corpo e un modo di suonare nervoso, ma controllato e scintillante.
L’anziano con braccia e gomiti larghi e il busto fermo, come se le mani le muovessero dei fili e un tocco clamoroso con movimenti morbidi ad accompagnare passaggi di puro sentimento.
Eseguono “All the things you are” e altri standard jazz raddoppiandoli e rinfrescandoli.
Eseguono anche un tango. Mentre mi perdo guardando i movimenti dei ballerini sopra alla cassa, penso che se nel mondo si ascoltasse più musica per pianoforte e si ballasse più tango, sarebbe un mondo migliore. Ma è solo un pensiero inutile.
L’ultimo brano dopo il fluviale applauso del pubblico, è uno standard jazz di cui non riesco a ricordare il titolo.
Un morbido mid-tempo swing, accompagnato, durante la divertita esecuzione, dal battito lieve, quasi involontario,  di tutti i piedi degli spettatori
sul parquet del teatro.
Un quattro quarti di accompagnamento, quasi di ringraziamento, come se al centro della sala ci fosse un grosso metronomo imbottito di cotone.
Il ritorno è un viaggio lento per riascoltare.

Mp3: Danilo rea- Il sogno di Doretta
(malinconico brano di piano solo eseguito ieri sera)

(*) per quel poco che ne so. E ne so proprio poco, fidatevi.

messo qui da: cidindon a 12:29 | link | commenti (1) |
serate

martedì, 17 aprile 2007

Doppietta.  Definizione.
La definizione della parola doppietta, per me e per i pochi selezionatissimi habituè, è la seguente: visione consecutiva di due eventi nell'arco di poche ore. Abitualmente gli eventi sono sportivi e la doppietta si fa nella domenica, appunto, sportiva.
Prima sugli spalti, nella sud che non abbandona mai, dove può capitare che due gradoni di curva diventino un salotto, dove si radunano amici e conoscenti e si raccontano di prodezze vagamente etiliche del sabato sera o novità di varia vita, condendo il tutto di commenti calcistici e parecchia goliardia. 
Comunque vada sul prato verde, capita spesso che poi si passerà ad un parquet ocra, dopo un breve tragitto e una merenda volante.
Al palazzetto vetusto ma grondante passione, a volte troppa, a volte troppo poca.
Qui, quest’anno si insegue una salvezza impensabile fino a due settimane fa. Comodi, nei gradoni middle class, si fanno gag e si seguono le traiettorie della palla a spicchi.
Sabato sera, la doppietta è stata però musicale. Ho visto due concerti in quattro ore.
Diametralmente opposti per luoghi e generi.
Il primo è un concerto di piano solo. Mi accomodo nel mio privato palco imperiale di primo livello dove da solo, le gambe maleducatamente allungate sulle vuote poltrone rivestite di panno vellutato rosso che nessuno occuperà, vagamente assomiglio a un dissoluto e solitario principe, all’epoca del teatro vittoriano.
Anzichè donne travestite a scopo recitazione, un uomo seduto a un pianoforte.
In due, l’uomo e lo strumento, riempiono il palco.
Tasti bianchi tasti neri. Pantaloni neri camicia bianca.
Trasmettono la loro sapienza, fatta di un tappeto di note, che trasportano me e il mio palco privato in posti lontani. La musica detta la visione ed ecco un leggero ricamo in do e inseguo un volto in una via affollata, una apertura ritmica potente e mi trovo su una spiaggia vuota a guardare il sole, un divertito contrappunto e entro nella cassa dello strumento.
Il bello di un concerto pianistico. Scivolare sulle note, atterrando casualmente.
Fine. Applausi, bis, perché no?, bene, bravo, grazie.
Mezz’ora di un tragitto nella buia ma serenamente piatta notte padana e arrivo in città, dove mi attendono miei ragazzi per la seconda tappa della personale doppietta.
Biglietti di ingresso sì, ma con tessera da comunisti.
Niente palco, niente posti a sedere. E i Julie’s. Niente Steinway&Sons, però il Moog non è male. Niente corde, anzi corde “tiratissime”. Niente mano sinistra, ma sicuri e potenti tamburi. Niente bianco indossato, molto nero e una camicia a scacchi di un nuovo componente, alle tastiere ed evidentemente fuoriuscito dai Kings of Leon, camicia e barba incolta inclusa.
Premetto, io sono un loro fan, però direi sempre più bravi, sempre più “presenti” scenicamente. Mentre la legge sirchia va ancora in fumo, apprezziamo. Ancora “stoner”. Ancora “indie”.
Ancora applausi. Bis, perché no? Bene, bravi, grazie.
Bella la doppietta musicale. Assaggi ?

Baptiste Trotignon “Julia” (mp3)

Julie’s Haircut “Satan Eats Seitan [Remix by Nuccini!]” (mp3)


("Julia" è dedicata alla mia amica M.,"partner in crime" di racconti sull'amore e sullo stato dell'amore, pizze pausa pranzo, disperati/deliranti/divertiti sms, comica complicità ed intrattenimento di "bassa" lega).

messo qui da: cidindon a 23:13 | link | commenti |
serate

domenica, 04 marzo 2007

In autostrada il vuoto. Timbriamo il cartellino "country-boyz" (*) sbagliando l'uscita per il ParcoNord. Ci salva l'amico da casa. Nonostante ciò, arriviamo presto.
Appoggiato a una cassa per il dj set del locale, non ascolto il primo gruppo spalla,  troppo impegnato in chiacchiericcio con il mio pard, sorseggiando una salutare coca. Mi sposto di scatto verso sinistra e il mio gomito incoccia la spalla di un ragazzo con ciuffo nero, maglia nera, sguardo nero. Mi giro, quasi a chiedere scusa al cantante dei Trail of dead. Non si gira, prosegue verso, presumo, il camerino.
Se sapevo che non cantava "Worlds apart" la sberla gliela davo preventiva.
Le sberle invece le prendo io quando salgono sul palco.
A partire dall'attacco di "It was there that I saw you" sono sberle-rock in faccia.  I Trail salgono sul loro treno e fanno un ora e un quarto del loro shoegazin' con aperture melodiche (definizione arbitraria quanto, probabilmente, non corretta).
Fanno molti brani da "ST&C" e mi pare tre da "Madonna".
Suonano solo "Stand in silence" dall'ultimo, in un certo senso "ripudiandolo". Pogo nelle prime file con "Will you smile...". Dritti fino in fondo. La batteria massacrata di innumerevoli pacche sul rullante. Grandiosa "How near how far".
Musicisti gagliardi. Gran tiro, davvero. Clap clap clap clap. Se tornate torno anche io.
Anche se...un quarto d'ora in più, non vi ammazzava mica, via...e "Gold heart mountain top" potevate pure farla.
Al mio gentile e splendido accompagnatore sono piaciuti, meritandosi una bella dormita in macchina, tanto guido io mentre la luna, lentamente, esce dall'eclisse.

(*) traduzione letterale: ragazzi di campagna che, a contatto con le arterie cittadine, entrano in lieve crisi causata da incerto senso dell'orientamento.
Update: video.

messo qui da: cidindon a 16:38 | link | commenti (4) |
serate

sabato, 03 marzo 2007

Senza preavviso, il weekend è una doppietta "live".
Ieri sera, dopo avere già fatto la seconda tessera Arci in due mesi, causa smemoratezza congenita di certe tecniche di ingresso nei locali, si è scoperto, insieme a pochi intimi, che a RE esiste una scena musicale hip hop.
Dopo la ormai memorizzata, dopo varie visioni, perfomance "hardocre-literary-hiphop" degli ottimi Kattiveria, arrivano ragazzini con look da "mc's", lingua svelta e un bravo dj che non dimentica l'elettronica. Speriamo nel loro successo. Anche perchè uno di loro è il miglior italian-freestyler che abbia mai sentito. E, pur non essendo nel mood rap al 100%, ormai ne ho visti di "rimatori". Supportiamo comprando il cd.

E...stasera, fra poche ore, finalmente, TrailofDead.
Se non suonano "How near how far" mi metto a piangere.
Se non cantano "Worlds Apart" salgo sul palco e li prendo a sberle.
Tanto le fanno...
Peccato non trovare sotto la tenda chi doveva esserci e non ce l'ha fatta.

messo qui da: cidindon a 18:58 | link | commenti |
serate

sabato, 20 gennaio 2007

Si voleva andare a vedere i "Miro's Gardens" (thanks Monterey!) a Bulàgna poi si è appreso che era impossibile entrare. Quindi piano B.
Fortuna che c'è quasi sempre un piano B. Fortuna che a volte il piano B si rivela migliore dell'originale.
Così ho visto i Canadians.
Proprio un bel concerto. Fra power pop, pop rock, indie-rock
con inattese quanto appezzate aperture post-rock e quant'altre definizioni di genere rock vogliate, questi ragazzi che ho scoperto sul blog del bassista (che a volte pare l'unico che sembra divertirsi, gli altri sono più "seriosi")  secondo me sono proprio bravi.
Immediati ma genuini.
I pezzi sono tutti buoni, parecchi con "ganci" melodici efficaci, purtroppo l'acustica non era un granchè (anche sul palco, si è visto) e certi preziosismi si sono un pò persi.
Dietro a una bella "Pearl", un gran batterista, potente e compatto con variazioni di stile.
Un' amico musicante storce il naso, ma sapessi che differenza fra i tuoi brani e questi. Una questione di genuinità appunto.
Batto il piedino, muovo la testina tutto il tempo.
Ricevo grazie dai ragazzi che sono venuti sulla mia parola mentre le quasi inattese aperture post-rock trovano grande apprezzamento.
Voglio l'album.
E mi sono divertito. Poca gente però, meritava più pubblico, fin dall'inizio.
As ved che a Modna an ghne' mia tant d'indichids...però a ghè dimondi regazzì indiefescion ki van a balèr...

messo qui da: cidindon a 17:30 | link | commenti (4) |
serate