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Ci sono dei momenti che manca qualcosa.
Ed è intuire istantaneamente la difficoltà di portare a termine l'equazione, la discussione, la conversazione, la sensazione. Per quella cosa che manca. Per quel momento riconoscibile come un amico mai dimenticato.
Una cosa che sfugge, morde e scappa. Rapidamente, come un bagliore non visto di cui rimane una eterea ombra non più raggiungibile.
In quel momento cosa manca si sente ma non si afferra. Può essere una sigaretta, può essere astinenza da qualunque sostanza o necessità, rituale o esigenza, può essere notte, può essere amore, può essere perdono, può essere nella luce dell'alba soffocata dalla nebbia, può essere in coda nel traffico annoiato, può essere davanti a uno sconosciuto, può essere sferrando un pugno in aria, contro il vento, può essere fissando un decolletè, può essere pensando a un qualche futuro, può essere ricordando una giornata uggiosa, può essere davanti a un caffè, davanti a un complimento sorridente, può essere aspettando. Può essere.
Manca una parola, forse un gesto, una sicurezza o un problema di coscienza. Manca quel qualcosa che completa il momento. Che lo risolve, ponendolo nel posto designato. La cosa giusta. Sfugge, sparendo in un buco nero, dove manca lucidità. Per capire, per ammettere, per trovare, per spiegare.
Scappa, aiutata dalle cose. Troppe cose che si sentono o nessuna. Troppe cose che generano confusione, livelli di cose. Mentre niente può significare tutto o soltanto niente.
Si cerca un equlibrio, si cerca un tempo che non c'è, un tempo che non si recupera, nemmeno con parole sincere, con comportamenti coraggiosi. Si trova un illusorio equilibrio mentre l'equazione scivola via in un silenzio che avvolge i pensieri.
Ricordi, sensazioni, facce, luoghi in un turbinio di ricerca mnemonica. Sperando in un'ancora di salvezza, un rifugio prediletto, un segno da un sogno sfocato. Mentre si genera un flusso impetuoso e stordente, allontanandosi dal punto.
Una mancanza di sè, in fondo. Una mancanza di me, nel profondo.
Tutto in un irrisolvibile momento.
(Feist - One, Two, Three, Four - mp3)
Mi arriva una dedica via mail con link a un post di un blog famoso nonché eccellente.
La dedica: "Tu fra trent'anni".
Grazie, apprezzo e...MAGARI !!!!
Bonus video: Bruce, il mio cane, un basset hound di kg.30, ormai vecchio e malandato ma sempre pronto a regalare parecchi momenti di totale ilarità.
Disclaimer: la qualità video non è un granchè, ma rispecchia fedelmente l'altrettanto bassa qualità di questo blog.
300 (detto anche: il film del millennio - causa hype enorme generato da mesi di attesa)
E’ color seppia (seppia?) dei campi dei padri e del granoturco che ormai è elemento fondante in ogni rappresentazione epico-storica su grande schermo made in Usa.
Grigio di cieli plumbei. Nero di paura e tirannia. Oro di potere e oppressione. Rosso di sangue che schizza da ferite squarciate. Rosso di cuori che palpitano all’unisono per onore e libertà. Rosso di mantelli svolazzanti mentre muscoli guizzanti combattono senza timore. Senza arretrare di un passo. Senza arrendersi mai.
Mantelli che sono protagonisti insieme a un manipolo di valorosi a difesa di ideali che la politica già mercifica e i vincitori calpestano in cambio di ricompense di carne e denaro.
A suo modo poetico, violentissimo, visivamente sorprendente. Almeno per me che non ho mai letto Miller, ma lo recupero in celluloide e forse anche in cellulosa, dopo stasera. A tratti “pittorico”.
Alcune scene eccellenti. Difetti pochi. Forse un po’ piatto nella parte centrale, sicuramente il doppiaggio del re persiano, estremamente sbagliato che fa ridere l’intera platea dal tanto è forzato (scritto pur non avendo sentito l’originale). Forse troppe teste che volano, troppi mostri.
Tutto perdonato dalla sincera commozione degli ultimi minuti perché sono un tenerone e perché “...è un onore morire al tuo fianco.”
Nella sublimazione di un ideale di vita, nel momento fatalmente atteso e puntualmente arrivato. E perché ci sono messaggi che non hanno bisogno di parole. Retorica ? Forse, ma piacevole anche se estetizzante e comunque è un film tratto da un fumetto, cosa vuoi ? Significati geopolitici ? Massè. Film fascista ? Anche no. Mi pare che Sparta sia esistita e che lo svezzamento dei futuri guerrieri o la soppressione dei nati morfologicamente sbagliati, siano verità storiche, così come that’s entertainment, ma controllerò.
Film per donne amanti di pettorali e addominali scolpiti ? Assolutamente sì.
Per me, un titolo da rivedere di sicuro, magari in lingua originale perché “This is Sparta” ha un peso specifico e un intensità “urlata” diversa da “Questa è Sparta”.
Promemoria: evitare, se possibile, ancora di più, il cinema la domenica pomeriggio.
Io, spartano, non sopporto tutti questi rozzi, caciaroni, giovanissimi, cellularissimi, firmatissimi, ragazzini con famigliole al seguito provenienti dalla persia…
E' primavera anche se ieri scendevano fiocchi di neve grossi come palle da golf, anche se la mia forma fisica è pessima.
La settimana, per ora, è un disastro. Ho le gambe di pastafrolla, l'udito in difficoltà, ogni tanto un lungo spillo mi perfora la base del cranio.
Salterò il concerto jazzy di stasera (ggrrrrrrrr) perché il mio fisico non ce la può fare.
E fanno due in una settimana. Il primo saltato era in trasferta, almeno c'è qualcuno che lo racconta (e molto bene). Io e quei ragazzini della terra di albione, quelli che invaderanno il mondo m-blog e non solo con il secondo attesissimo lavoro, non riusciamo a beccarci. Per problemi fisici e logistici. Una volta il ginocchio operato, una volta il lavoro con improvvida aggiunta di questa specie di influenza strisciante.
Non c'è due senza tre, ma anche no...
Peggio ancora non riuscirò a stupire i miei "country-boyz" portandoli in massa al concerto di Amy Winehouse perchè è stato annullato.
Notizia disastrosa di qualche giorno fa. Peccato, peccatone. Lei ha fatto un disco che finalmente soddisfa la mia sete di R&B. Volendo, ascoltate il singolone che passa anche nelle radione commercialone però con aggiunta di “Hot Chip”-sauce.
Amy Winehouse - Rehab (Hot Chip Vocal Remix) - mp3.
State fermi se riuscite. E comunque tutto l’album è considerevole.
Si spera di arrivare al weekend con un po’ di forma fisica in più visto che ci sarebbero cosette da fare.
In primis l'attesissimo "film del millennio" che qualcuno ha già visto e ne parla bene.
Poi c'è un bel festival di musica indie-pop-tronic da queste parti. Molto interessante anche perché potrebbe dischiudersi un mondo nuovo fatto di chitarrine, casio, coretti e beat. Confesso una quasi totale ignoranza relativa alla musica "elettronica". Potrebbe diventare un nuovo mood. Vedremo. (Motron+link)
Però questo festival cozzerà sabato sera con altri due appuntamenti.
Uno personalmente imperdibile. Il mio gruppo di riferimento funk di questi anni ‘00, suona sempre lì, sotto la Ghirlandeina.
Li ho scoperti qualche anno fa in una serata di luglio che sembrava autunno. Il concerto doveva essere all’aperto ma un nubifragio costrinse gli organizzatori a trasferire il tutto in un minuscolo, cavernicolo, pub all’italiana. Mentre fuori scrosciava pioggia, dentro si bolliva di ancheggiamenti funkeggianti.
Mentre sempre sabato nel locale preferito si organizza una cenetta a base di maiale cucinato in tutte le sue desinenze.
Gli incastri possibili non sono molti. Mi vedo a ondeggiare la testa seguendo le ghost notes della batteria dei New Mastersounds con la pancia piena di prodotti suinicoli. O raddoppiare la serata live.
Salute permettendo.
Lazzaro !! Hai due giorni per riprenderti !!
Mega update !!!
...non c’è due senza tre…si scriveva poco sopra…
Infatti. Grazie alla segnalazione di Dietnam, scopro la grandissima novità della stagione estiva concertistica. A Ferrara suoneranno i ragazzini artici e stavolta non mi scapperanno.
Inoltre, gioia ed emozione, gli Arcade Fire !!!
Quelli che fino a qualche giorno fa ogni volta che passavano nel lettore pensavo “...non è possibile che non passino dall’Italì !?!” Yuppieeeee !!!!!
Ci vediamo là, ovviamente.
Joe Montana & Jerry Rice. Troy Aikman & Michael Irvin & Emmitt Smith. Howie Long & Marcus Allen. Jim Kelly & Bruce Smith. Brett Favre & Reggie White.
Se questi nomi vi dicono qualcosa, bene. Proseguite.
Se non vi dicono nulla, non sapete di cosa sto parlando. Passate oltre.
Football americano. Nfl. Quel gioco dove c'è il campo verde, una linea bianca ogni 10 yarde (non metri), dei pali dove calciare la palla, ma solo in determinate situazioni di gioco, un sacco di omoni grandi e grossi con caschi e protezioni, arbitri vestiti a strisce bianconere. E non è rugby.
Il rugby è quell'altro gioco, simile per forma della palla e pali in cui calciarla, sempre in determinate situazioni di gioco, ma completamente diverso nello spirito e nell'essenza stessa del gioco. Nel rugby la palla, semplificando, può essere passata solamente all'indietro mentre nel football può essere passata solo in avanti. Pare poco ma è tutto.
A parte ciò, erano gli anni ottanta. Fra permanenti e spalline, paninari e "dark", spunta fuori questo sport. Difficile da capire, difficile da seguire. Un manipolo di "country-boyz", sedicenni, molto Usa-oriented, già dediti alla palla al cesto, decide però che il football americano è uno sport fico. E sono cassettine Vhs a ripetizione e Superbowl in notturna con montagne di patatine e birre in lattina. Sognando di stare al college magari, anzichè all'istituto tecnico commerciale.
Ancora adesso la notte del superbowl si sta svegli e si guarda l'evento sportivo stars&stripes per antonomasia. E si è smesso da un pezzo di sognare la California.
I nomi sopra citati (chi sa scrivermi nei commenti le 5 storiche squadre di football in cui hanno militato quei giocatori lì, vince la mia stima incondizionata - è poco ma non ho altro al momento...) sono lentamente saliti dalle sacche della mia personale memoria storica, domenica pomeriggio.
Che alla domenica ci vuole un campo verde e gente che corre dietro o verso una palla e allora, se il calcio è in trasferta ed in personale declino, non solo per le note vicende extra-sportive, se un raffreddore colossale impedisce impegni gravosi dal punto di vista fisico, se la giornata è comunque bella e ampiamente primaverile, se il pard lo propone, si va.
E si va nello stadio - tanto per rimanere in modalità "amarcord" o "A' m'arcord" (battuta dialettale, intraducibile - ndA) - in centro città, quello dove tanti anni fa si fecero le prime esperienze di pallone, curva e cori mentre la tivù era "90minuto" e il giornale rosa era un giornale seriamente sportivo, non un bazar di marketing sfogliabile. Adesso in quello stadio, dopo che hanno smantellato la curva dove passai decine di ore a gridare come un ossesso per i colori granata, giocano, non sempre, anche a footbal americano.
Partite di football viste dal vivo nella mia vita: 4.
Quella di ieri, un'esibizione di due team Nfl a Barcellona nel lontano 92, Oakland Raiders-Indianapolis Colts a Oakland, CA nel sempre lontano 95 e la finale della Nfli un paio di anni fa.
Mentre il rugby ormai è entrato, forzatamente o meno (*), nel paniere degli sport italici, il football non ci entrerà mai. Perchè è uno sport "difficile" per le regole e per la "specializzazione" insita nel gioco. Perchè fa "americano" forse troppo. Perchè il movimento è genuino, ma un pò indietro.
Critico, ma: mi sono divertito e ci tornerei pure. E, chiarisco, si parla di serie A2....
Non c'è il bar. Come non c'è il bar ? La partita dura due ore e mezza e non hai un bar? Neanche un chioschetto? Inaccettabile.
Non c'è un cronometro visibile agli spettatori. Ma come? Il cronometro è fondamentale per seguire e per capire quello che succede. Ok, andiamo a occhio.
Gli arbitri sono "all'italiana". Ossia protagonisti e, parere condiviso da molti in tribuna, forse le regole, o l'applicazione delle regole, non le sanno proprio bene.
Insomma, seconda serie del football, però forse mi aspettavo meno approssimazione anche se almeno c'è il banchetto con il "merchandising". Noi apprezziamo e sosteniamo, acquistando magliette.
Inoltre la provincia non si può sposare bene con un gioco dove la terminologia è inglese. Una nuova lingua ibrida che fonde italiano, idiomi dialettali e termini importati (dialettinglish?) è divertente ma poco spendibile nella eventuale diffusione di un gioco come detto "difficile".
Esempi: "An pol mia eser pass interference!" "Ma sa fev? Lè delay of the game" "Raddoppiate sul wide receiver!!" "Arbitro!? E' fumble""...è penalità. L'à passè la linea dal scrimmage".
Dal punto di vista del gioco il mio unico metro di paragone sono le partite Nfl. Giocate da ultra professionisti ("L'unico sport dove tengono le statistiche degli infortuni? Il football" - Op.Cit.: "The Last Boyscout") non da ragazzini entusiasti ma, ovviamente, amatori nel senso migliore del termine.
Una cosa su tutte. Non si calcia. Quasi mai. Più facile segnare due punti nella conversione che centrare i pali calciando. Poi le squadre migliori della Nfli, giocheranno diversamente...
Per la statistica: Hogs-Gigli 38-12. Urrah !!
Highlight della partita: una corsa da end-zone a end-zone, annullata causa protagonismo arbitrale per un piede sulla linea.
Ci sono palle ovali in giro per la penisola. Seguitele. Attenti che hanno strani rimbalzi.
Sai, essendo ovali....
(*) bello il rugby. Ho visto poche partite ma apprezzo molto. Ne vedrò di più. Non necessariamente degli azzurri. Perchè ho la puzza sotto al naso e questa "nouvelle grandeur" per il rugby mi piace ma non entusiasma. Mi pare manchi di...genuinità, anche se sono molto contento della crescita di sport alternativi al calcio, anche se appezzo il gioco, incluso il molto pubblicizzato, ma pare reale, fair-play nelle partite. Quello che non mi piace è un entusisamo troppo immediato, certi titoli giornalistici e gli schermi in piazza (per una personale ritrosia a tutto quanto "fa piazza). Insomma: non è che il calcio tira meno e allora vai col rugby ? La risposta è sì ? Bene. Vedremo. Se al prossimo "Sei nazioni" l'Italia rivince il cucchiaio di legno, la cosa non è auspicabile però è possibile, cosa succede? Si resta in "prima pagina" con la palla ovale o si scala nelle rubrichette? Ecco. Speriamo cresca fino a riempire S.Siro, il rugby. Per ora, da neofita, preferisco guardare Galles-Inghilterra piuttosto che Italia-Irlanda, come accaduto sabato pomeriggio. Un pò per snobismo anti-patriottico, un pò perchè sono crollato di sonno, causa, come detto, mega raffreddorone.
Back to the movies. Finalmente.
Letters from Iwo Jima.
Tutti i soldati scrivono lettere. Ad alcuni le censurano perché nell'impero del Sol Levante andava cosi'. Oggi scriveranno mails. Forse le censurano anche oggi, chissà.
Di sicuro oggi non si suicida più nessuno se un obiettivo militare non viene raggiunto. Nel'45, almeno in Giappone, farsi esplodere una granata addosso era un attimo di onestà intellettuale figlia di un giuramento di fedeltà alla patria. Oggi si fanno video che poi girano su IuTub.
La guerra è comunque brutta e tira fuori il peggio dagli uomini. A volte il meglio.
Clint è sempre un bravo regista e firma il secondo episodio della battaglia per la conquista/difesa dell'isolotto, ricavandone un filmone bellico che non si fa mancare nulla degli abituali cliche' dei film "de guera" sia nella caratterizzazione dei personaggi sia nello svolgersi della vicenda. Inoltre c'e', giustamente, un bel po' di retorica pacifista.
Non sono critiche ma constatazioni. Il film infatti è bello, fotografato stupendamente e con nippo attori bravi, fra tutti il generale Ken.
Forse manca di profondità emotiva. Non emoziona come potrebbe. Forse per una scelta stilistica di rigore e compattezza, apprezzabile per rendere bene il senso dell'onore e della guerra nipponici, ma che inevitabilmente fa perdere un po’ di pathos alla vicenda. Forse perché semplicemente si sa come la storia va a finire. Forse perché ho visto troppi film di guerra.
Non posso fare raffronti o azzardare paragoni, perché il primo "episodio" visto dalla parte "stars&stripes" me lo sono volontariamente perso. Mi puzzava di troppo patriottico. Chez cinebloggers chi vuole può ampiamente approfondire.
Due note due.
Prima del film sorbirsi otto minuti otto di diapositive pubblicitarie è quasi inaccettabile.
Quando sullo schermo scatta l'ora del suicidio collettivo dei combattenti imperiali, volano "banzai" a ripetizione.
Un paio di spettatori chiedono ai rispettivi compagni di visione cosa vuol dire banzai.
Controllo, per sicurezza. Qui, va bene. Qui c'e' qualcosa che non va.
Potete ridere o piangere...
Appunti, re-mix:
625 metri a stile libero alle otto del mattino, liberano il corpo dalle tossine del classico eno-aperitivo e di una birra consumata in mezzo a brutti uomini non più giovani con indosso felpe da ggiovani e aria da duri e brutte donne vestite da veline con aggiunta di sguardo altezzoso.
La seconda stagione di "Prison Break" è uno sballo totale.
(segue: mini "spoiler")
Ringrazio l'edicolante che una mattina mi chiese "Com'è ?" mostrandomi la prima uscita "sorrisicanzonata". Guardai la copertina del dvd in vendita, vidi due tizi tesi e delle sbarre e risposi di getto "Intanto lo guardo, poi ti dico...". Dopo mezz'ora di visione ero già dipendente. Certe cose capitano. Punto.
La prima stagione è dietro alle sbarre e io ho sempre avuto un debole per i film carcerari. Il migliore ? Facile. "Fuga da Alcatraz". Il bello di questo "genere" sono i rapporti fra i detenuti e la sottile tensione che si percepisce in sottofondo, sempre. Oltre ai piani per l'evasione, certo. E questa evazsione è stata straordinaria.
La seconda stagione è eccellente e non credevo. Avvenimenti, rivelazioni a pioggia, un sacco di scappa-scappa con un nuovo personaggio, un "segugio" problematico e vestito benissimo, che insegue i fratellini in fuga impegnati ad aggirare tanti ostacoli sulla loro strada che manco Edwin Moses ce la potrebbe fare a tagliare il traguardo.
Ce la faranno ? Chissà...
Sucre: "What do we do now ?"
Michael "Genius" Scofield: "We run !".
Credo davvero che le definizioni dei generi musicali lascino il tempo che trovano. E' piu' importante cosa trasmette la musica, qualunque genere sia. Pero' mi chiedo curioso cosa sia il math-rock. Boh. Forse questo: Battles-Alias (mp3).
Nel frattempo il repeat di questo pezzo rischia di consumare i solchi in bytes del mp3. Sarà la lieve ipnosi che il brano mi stimola, sarà la batteria, sarà che certi gruppi capitano. Cosi' per caso.
(e per fortuna esiste wikipedia. Made for dummies.)
A proposito di musica: il nuovo dei Kaiser Chiefs è imballato di coretti e urletti, dignitoso ma nulla toglie nulla aggiunge all'idea che ho di loro. Magari dal vivo sono divertenti. Su supporto non reggo la durata dell'intero album, come il precedente.
Mentre un gran disco è il nuovo dei canadesi Arcade Fire. Possiede il raro dono di continuare a "crescere" ad ogni ascolto. Possiede anche un organo gigante e un sacco di violini meravigliosi. Stranamente adoro già questo disco mentre il precedente non mi aveva particolarmente colpito. Urge riascolto. Bonus: due belle cose scritte sulla bibbia al neon.
"Allora Ci... com'è il mood ?" "Lento, tranquillo, bene." "Che risposta è ?" "Che domanda è ?" "Una domanda…cosi'.." "Una risposta…cosi'…"
Mi sono impantanato nelle mille e passa pagine di "Infinite jest". Troppo dettagliato, troppo dispersivo (certo, cosa ti aspettavi ??) seppur a tratti geniale e comunque stilisticamente notevole. Non mi entusiasma del tutto ma non riesco a smettere pur avendo una media di pagine lette molto bassa (certo, è pure scritto fitto…)
Effettivamente, il libro con la droga (e il tenis) dentro. Dum Dum.
Il mio capo che scrive "miting" anziche' "meeting" è ancora un idolo. A volte.
Vedo un sacco di neonati. La bellissima Pen con i capelli foltissimi all'età di 30 giorni. La altrettanto bella Giada con i capelli radissimi all'età di 45 giorni. Misteri della cute e della vita. Altri in giro nelle passeggiate ormai primaverili. A volte mi chiedo come starei con una "cosa" cosi' piccola, rosa, delicata, pura, morbida, sognante, crescente, ammirevole, in braccio. E' un attimo e poi passa. Cosi'. Snap.
Non vado al cinema da troppo tempo. D'altra parte la programmazione e i multisala della provinciona (o la programmazione dei multisala) non aiutano. Si prevede un futuro di lunghe serate di intrattenimento con dvd per recuperare i titoli perduti. Questo weekend pero' esce un film che ha un titolo meraviglioso e un personalissimo grande hype. Nell'attesa, ovvio, del film del millennio. 300.
A proposito, domani scatta l'invasione delle sale da parte di un film tratto da un libro che è il seguito di un libro che è pure diventato un film di successo. Diciamo che è una cosa da teenagers e da trentenni presumibilmente infelici alla caccia del sogno d'amore perfetto e irraggiungibile proprio perché perfetto. E diciamo che non voglio offendere nessuno. Ma se vedo un lucchetto dell'amore su un palo, sradico il palo. Giuro.
Manuale del calcio. Sezione: Applicazione pratica. Capitolo: "finta ubriacante". Video esplicativo.
In autostrada il vuoto. Timbriamo il cartellino "country-boyz" (*) sbagliando l'uscita per il ParcoNord. Ci salva l'amico da casa. Nonostante ciò, arriviamo presto.
Appoggiato a una cassa per il dj set del locale, non ascolto il primo gruppo spalla, troppo impegnato in chiacchiericcio con il mio pard, sorseggiando una salutare coca. Mi sposto di scatto verso sinistra e il mio gomito incoccia la spalla di un ragazzo con ciuffo nero, maglia nera, sguardo nero. Mi giro, quasi a chiedere scusa al cantante dei Trail of dead. Non si gira, prosegue verso, presumo, il camerino.
Se sapevo che non cantava "Worlds apart" la sberla gliela davo preventiva.
Le sberle invece le prendo io quando salgono sul palco.
A partire dall'attacco di "It was there that I saw you" sono sberle-rock in faccia. I Trail salgono sul loro treno e fanno un ora e un quarto del loro shoegazin' con aperture melodiche (definizione arbitraria quanto, probabilmente, non corretta).
Fanno molti brani da "ST&C" e mi pare tre da "Madonna". Suonano solo "Stand in silence" dall'ultimo, in un certo senso "ripudiandolo". Pogo nelle prime file con "Will you smile...". Dritti fino in fondo. La batteria massacrata di innumerevoli pacche sul rullante. Grandiosa "How near how far".
Musicisti gagliardi. Gran tiro, davvero. Clap clap clap clap. Se tornate torno anche io.
Anche se...un quarto d'ora in più, non vi ammazzava mica, via...e "Gold heart mountain top" potevate pure farla.
Al mio gentile e splendido accompagnatore sono piaciuti, meritandosi una bella dormita in macchina, tanto guido io mentre la luna, lentamente, esce dall'eclisse.
(*) traduzione letterale: ragazzi di campagna che, a contatto con le arterie cittadine, entrano in lieve crisi causata da incerto senso dell'orientamento.
Update: video.
Senza preavviso, il weekend è una doppietta "live".
Ieri sera, dopo avere già fatto la seconda tessera Arci in due mesi, causa smemoratezza congenita di certe tecniche di ingresso nei locali, si è scoperto, insieme a pochi intimi, che a RE esiste una scena musicale hip hop.
Dopo la ormai memorizzata, dopo varie visioni, perfomance "hardocre-literary-hiphop" degli ottimi Kattiveria, arrivano ragazzini con look da "mc's", lingua svelta e un bravo dj che non dimentica l'elettronica. Speriamo nel loro successo. Anche perchè uno di loro è il miglior italian-freestyler che abbia mai sentito. E, pur non essendo nel mood rap al 100%, ormai ne ho visti di "rimatori". Supportiamo comprando il cd.
E...stasera, fra poche ore, finalmente, TrailofDead.
Se non suonano "How near how far" mi metto a piangere.
Se non cantano "Worlds Apart" salgo sul palco e li prendo a sberle.
Tanto le fanno...
Peccato non trovare sotto la tenda chi doveva esserci e non ce l'ha fatta.
Ieri sera amici che adoro e conoscenti che stimo hanno liquidato i blog come diari on-line. E che fatica tenerlo aggiornato. Un breve scambio di battute, un paio di clichè da superficialità. Accettabile. L'argomento è innocuo. I blog non servono a molto se non, forse, come un posto dove mettere cose. Insicurezze, racconti, capacità inespresse, noia, curiosità.
Ho scoperto i blog un annetto prima di aprire questo. Questo è proprio inutile, non è falsa modestia, graficamente sciatto basato su un vecchio template, aggiornato vagamente, un pò "barbone", privo di contenuti interessanti e/o innovativi.
L'ho aperto per potere commentare gli altri blog. Poi è sempre qui. Un posto mio, un posto trà.
Però avere un blog è un esperienza interessante, per quanto limitata, di "social networking". Partendo da un ormai primitiva forma di "web 2.0" (si pregano i gentil lettori di avvisare in caso di inesattezze gravi e palesi) mi sono fatto un piccolo percorso nella vita on-line.
Vita, non "vita". Questo è un posto vivo. Non ci sono affatto solo stelline e puccipucci, tenebrosi diari on-line di piccole quanto umane solitudini, avvisi per cuori solitari extra-meetic, deliri di inadeguatezza o timidezza. Ci ho messo un bel numero di click e un discreto numero di ore per girare nella ragnatelonzola e vedere. Girando, ho trovato preziose fonti di informazione, a costo di seguire briciole di pan-di-byte in formato di link. Pagine dove approfondire di politica e sociale o dove leggere un parere diverso.
Ho letto di vita quotidiana e sensibilità. Di piccole storie romantiche in mezzo a quotidiane difficoltà e di difficoltà nell'avere storie romantiche.
Ho scoperto decine di gruppi. Sono diventato lievemente dipendente di blog musicali. Una dipendenza buona e giusta.
Letto recensioni cinematografiche folli, geniali, particolari. Cinebloggers, respect.
Perfino superficialmente conosciuto qualche blogger. Sono certo che resterò da queste parti ancora. Negli ultimi mesi nei blog dove si tratta di tecnologie e fenomenologie da web, sono apparse le mappe dei blog. Per me è come passeggiare in una piazza gigante. Alla destra uno schermo dove scorrono parole che raccontano immagini. Alla sinistra un palco dove i gruppi fanno la fila per esibirsi, anche se spesso per un brano solo, come in un gigantesco, 7/7, festival. Un pò più al centro un grande bancone dove si commentano scritti e si regalano consigli letterari in un delirio di pagine svolazzanti con racconti inediti, buttati per terra, come moquette di carta in formato elettronico.
In mezzo un sacco di gente, racchiusa in gruppetti (l'autoreferenzialità dei bloggers mi pare assodata, no?) che parla di tecnologia, politica, sport, bevute, sesso, cazzi propri e degli altri. Puoi fare un giro e scegliere dove stare. Puoi rimanere solo un indirizzo ip vagante, no comment please. Puoi anche capitare nella foresta dei puccipucci e non uscirne più. Magari è un bel trip.
Mancando un finale decente nonchè brillante, finisco qua.
Questo post è dedicato (e due) all'ottimo amico G'bba Dè A' e al bellissimo papà che è diventato. Per il mio mancato intervento nella conversazione di iera sera. Lo sai che l'uomo invisbile mi riesce benissimo.
Riparo così. Ho un blog. Nulla di che. Ma te l'avevo anche detto, forse.
No maispeis. Dum Dum.
(anzi, se mi dai il permesso scrivo un post su quella meraviglia di tua figlia...con link però...)